AUTONOMIE E DESTRA


Lettera Numero: 700

All’indomani del Referendum sull’autonomia veneta, la riflessione svolta da Paolo Danieli in un documento che ha già sollevato grande e meritata attenzione, interroga quanti interpretano questa importante pagina politica laddove richiama un concetto assai complesso, in sede di diritto costituzionale, e che non va confuso con quello di indipendenza. La richiesta di una maggiore autonomia da parte delle regioni dev’essere comunque situata al di sopra del suo significato meramente economico o, molto più prosaicamente, fiscale, così come i detrattori hanno maldestramente tentato di ridurla. Ora, bene ha fatto Danieli nel porre quella questione in rapporto con alcune delle categorie forti del pensiero che, per ragioni soprattutto storiche viene definito come di “Destra”, ovvero, quelle di “Stato”, “Nazione”, “Patria”. Non solo, perché merita una certa attenzione anche il riferimento alla difesa di ciò che io chiamo il “fascismo in eredità”, per ciò che più da vicino riguarda il rapporto tra concezione accentratrice, centralistica o unitaria dello Stato e i principi a questa contrapposti, quali l’“autodeterminazione”, il “decentramento”, la “sussidiarietà”. Già da questo inquadramento delle questioni risulta evidente la difficoltà di una eventuale, possibile risoluzione condivisa tra quanti propendono per una delle due differenti prospettive teoriche che attraversano, appunto, il variegato mondo delle “destre” e di quello che polemicamente viene definito con la categoria di neo-fascismo.

La questione è della massima importanza, perché descrive le politiche che i vari partiti o movimenti riconducibili alla “Destra” hanno praticato per almeno due secoli di storia europea, e, proprio perché è stata variamente interpretata, ha costituito un oggettivo elemento di debolezza rispetto alle ideologie di “Sinistra” e alle sue politiche sovversive e disgregatrici. Ora, se è vero che la “Destra” sorge come antitesi alle ideologie scaturite dall’Illumismo e dalla Rivoluzione francese, tra cui figurano anche una certa concezione centralistica dello Stato e una definizione di che cosa è una “Nazione” in termini riduttivamente giuridici, per cui i suoi membri sono semplicemente dei cittadini, è evidente che molte esperienze politiche ascritte al campo della destra, hanno in comune quanto meno questi aspetti con le politiche di sinistra, così come nel caso delle destre cosiddette bonapartiste in Francia e della celebre Destra “storica” in Italia.
Come ha insegnato un grande maestro, Francisco Elías de Tejada, esiste un’idea dello Stato così come della Nazione, opposta alla prospettiva di tipo centralistico, perché all’idea di uomo “astratto” partorito dalle ideologie di sinistra, concepito secondo gli schemi di una ragione fondata solo su se stessa e non sulla realtà, la destra ha opposto l’idea di uomo “concreto”, ossia di un uomo radicato in una tradizione, in una patria, espressione di una identità culturale e, in questo senso, etica e etnica; si potrebbe anche dire di un uomo che nasce in una Nazione, non in una astratta collettività, in una indistinta società; che si viene al mondo in una concreta comunità di destino, secondo la splendida formula di José Antonio Primo de Rivera.
Da qui due idee contrapposte di giusnaturalismo, due antitetiche declinazioni dei rapporti tra ius sanguinis e ius soli, storicamente intrecciati ma di cui è inevitabile stabilire una gerarchia; da qui la contrapposizione tra stato di diritto e stato etico.
Davanti alla domanda cruciale di quando sarebbe nata una nazione italiana e, poi, se essa esista tuttora, è bene ricordare che l’idea di Nazione si dice in molti modi, come dimostra la sua storia millenaria, ossia può essere cioè variamente interpretata e ripercorrere tutte le sue definizioni occuperebbe molte pagine. In estrema sintesi, andando oltre il suo significato etimologico, riconducibile al verbo latino “nascor”, con il significato di un “nascere” in un certo luogo e in certo popolo, possiamo dire che vi sono state definizione che fanno riferimento ad un dato quasi naturalistico, per cui le nazioni, realtà quasi immodificabili, si potrebbero perciò classificare e descrivere alla stessa stregua delle varie specie animali. In alternativa, vi sono quelle definizioni che accentuano il carattere linguistico e storico delle nazioni, per cui la loro realtà è il risultato di un processo al quale hanno concorso elementi etnici e culturali diversi, come nel caso, ad esempio, della nascita della “nazione americana”, così come descritto dal celebre film di David Wark Griffith. Da qui le celebre definizione del Renan, per il quale la nazione è un sentimento che sta alla base di un “plebiscito di tutti i giorni”, ossia di un atto di volontà interiore, individuale, per cui si accetta la propria appartenenza ad una nazione comune nella consapevolezza di dover rinunciare e abbandonare almeno una parte del proprio etnos di partenza. Così è accaduto nel caso della maggior parte delle nazioni attuali, compresa quella italiana.
Ora è proprio qui che si inserisce la questione del rapporto tra la realtà delle nazioni e l’idea di Stato; vi sono nazioni che vivono in un divenire storico fatto di interne trasformazioni etno-culturali, senza perfezionarsi in una qualche forma di Stato e vi sono nazioni che in nome del principio di autodeterminazione hanno mirato, con ogni mezzo possibile, comprese guerre sanguinose definite di liberazione, come il “Risorgimento” italiano, alla conquista di una propria realtà statale, che è, insieme, politica e giuridica, anche a livello di diritto internazionale.
Per quanto concerne il pensiero di destra, dobbiamo riconoscere che esiste un dualismo dottrinario che si esprime, da una parte, nelle ideologie di origine romantica che hanno visto la nascita dello stato dalla natura stessa delle nazioni, quale espressione di una loro essenza che doveva prima o poi realizzarsi nella rispettiva dimensione storica; da un’altra parte, invece, teoria che ritroviamo nelle pagine di Giovanni Gentile o di Julius Evola, è lo Stato, quale principio di una superiore sovranità, incarnato in diverse, possibili forme di autorità e governo, che fornisce una “forma” alla nazione intesa perciò come un magma umano il cui divenire naturale mai potrebbe, senza quell’intervento dall’alto, perfezionarsi in uno Stato.
Una volta precisate le due prospettive, si tratta però di capire se è possibile conciliare l’esistenza di uno Stato veramente sovrano con le varie componenti della nazione, che fatalmente prendono consistenza nelle città, nelle regioni ecc.. L’assetto istituzionale dello stato può allora essere di tipo centralistico, federale o misto, risultando storicamente accertato che la difesa o la negazione delle componenti locali non è necessariamente garantito da nessuno di essi, senza politiche adeguate, che evitino a livelli più bassi il medesimo fenomeno centralistico.
Nel caso dell’esperienza del centralismo statale proprio del Regime fascista, occorre riconoscere che, se si escludono alcune esperienza particolari, come quella dell’Alto Adige, le specificità locali non furono affatto negate, anzi, al contrario, si ritenne che potessero essere unificate e armonizzate in una forte affermazione del principio nazionalistico, sia per realizzare l’obiettivo formulato dal D’Azeglio di “fare gli italiani”, sia perché fu affermato un superiore principio di sovranità incarnato dallo Stato, che si autodefinì “fascista” nel senso di “corporativo e totalitario, quale terza via tra le forme di stato ispirate o dall’individualismo liberale, o dal collettivismo social-comunista.
Per quanto riguarda più da vicino l’esperienza del Fascismo dal punto di vista strettamente costituzionale, occorre riconoscere che non si riuscì ad addivenire ad una punto di vista unitario, forse perché manco il tempo per la decantazione dei nuovi principi di riferimento, all’interno di un diverso quadro istituzionale con la presenza di una monarchia alla quale si riconosceva, pur con tutti i limiti, un ruolo centrale rispetto al processo di unificazione italiana.
Sta di fatto che i costituzionalisti del Fascismo, tra i quali figurava anche Costantino Mortati, che, all’indomani della fine della guerra, fece parte della Costituente, offrirono punti di vista assai diversi, grossomodo riconducibili a quelli più sopra ricordati, ossia caratterizzati da un centralismo aperto, nei fatti, al riconoscimento dei cosiddetti enti autarchici territoriali. Si potrebbe citare, quale esempio di fondamentale importanza, la Carta del Lavoro, emanata nell’aprile del 1927, alla quale venne attribuita validità costituzionale, pur non essendo una vera e propria legge, essendo vigente, parzialmente modificato e comunque non abolito dal governo fascista, lo Statuto Albertino.
Impossibile ripercorrere in questa sede le vicende del pensiero costituzionale fascista, rimasto per lo più incompiuto, che raccolse proposte da parte di giuristi e filosofi del diritto di altissimo livello: Rocco, Santi Romano, Corso, G. Del Vecchio, Crosa, Ranelletti, Donati, Panunzio, Costamagna, Bottai.
L’estremo tentativo, compiuto quando le vicende belliche apparivano già compromesse per l’Italia, di elaborare una ipotesi di Costituzione fascista all’indomani della formulazione di un nuovo Codice Civile, fu compiuto da Carlo Alberto Biggini, con esiti ancora oscillanti in merito proprio al rapporto tra una presunta realtà di una “Nazione italiana” unitariamente concepita e quelle evidenti componenti di essa provenienti dalla sua storia fatta di “Campanili” e Regni sovrani, senza una chiara affermazione di come lo Stato avrebbe potuto dare una “forma” alla nazione senza la riduzione di essa ad un popolo di meri cittadini, di “uomini astratti”, come si è ricordato più sopra, così come nel costituzionalismo di stampo demo-liberale.
Circa la questione concernente le autonomie locali, come oggi si usa dire, anche il Biggini, che, peraltro, qui si poneva sostanzialmente ancora nel solco del costituzionalismo liberale, ben diversamente dalle prospettive di un Gentile o di un Evola, circa il nostro tema così scrive nell’articolo 13 del suo progetto di Costituzione: “Nell’esplicazione delle sue funzioni sociali lo Stato, secondo i principi del decentramento, si avvale, oltre che dei propri organi diretti, di tutte le forze della Nazione, organizzandole giuridicamente in enti ausiliari territoriali e istituzionali, ai quali concede una sfera di autonomia ai fini dello svolgimento dei compiti loro assegnati nel modo più efficace e più utile per la Nazione”. Con ciò si confermava che alle funzioni fondamentali dello Stato, governate a livello centrale, andavano aggiunte le funzioni amministrative locali di Comuni e Provincie e di altre entità giuridiche al fine di assumere determinate competenze che meglio potevano risolversi ad un livello ausiliario dello Stato stesso, quindi secondo un rapporto di sussidiarietà.
Questi limiti dell’esperienza storico-costituzionale del Regime fascista, su cui sarebbe da stolti interrogarsi in merito alle possibili soluzioni di essi se le “cose” fossero andate diversamente, vengono tuttavia compensati dal fatto che se di un’essenza del fascismo si vuole davvero parlare, non è alle questioni fino a qui soltanto accennate che bisogna guardare. Quell’essenza, per cui il fascismo è solo un episodio di una concezione dell’uomo e del mondo le cui radici sono antiche, perché risalgono alle origini della stessa civiltà europea, e che nessuna legge repressiva potrà perciò sradicare invocando il codice penale in contraddizione con l’articolo 1 di quella Carta costituzionale che si dice di voler difendere!, concerne in primis l’etica e non l’economia, la politica o il diritto positivo. Le concezioni giuridiche o le politiche economiche sono strumenti invocati per risolvere i problemi che irrompono nelle vicende storiche contingenti, ma, al di sopra di tutto ciò, vola quello che Oswald Spengler chiama il “linguaggio delle idee senza parole”, un’etica, appunto, che è anche uno “stile” e modo con cui si affronta la vita, l’agire e il proprio essere nel mondo. Il fascismo, quello compreso talvolta più chiaramente da poeti e visionari come Ezra Pound o Berto Ricci piuttosto che dai politici, è perciò un’etica che si fa pedagogia e estetica, ed è proprio questo ciò che gli antifascisti più attenti hanno cercato da sempre di esorcizzare, anche con le armi del codice penale.
Di fronte a questa sommaria analisi possiamo concludere invocando, per quanto concerne le soluzioni politico istituzionali, un atteggiamento assolutamente pragmatico, che già portò il Msi nel 1970 ad osteggiare l’istituzione delle autonomie regionali non in nome di un ottuso centralismo, ma in nome delle autonomie comunali e provinciali; si tratta di operare quelle scelte che meglio salvano il significato della nostra presenza storica dal punto di vista soprattutto etico, lasciando il resto alle decisioni più adatte nel contrastare il grande progetto mondialista in fase di attuazione proprio nella nostra Europa e che costituisce la vera posta in gioco. Perciò, una volta acquisito che tra il Super-Stato burocratico europeo e la lotta per l’autonomia e la libertà di autodeterminazione delle Piccole patrie, entro un contesto in cui gli stati europei hanno di fatto perso, chi più e chi meno, l’elemento essenziale della sovranità, è evidente da che parte decisamente schierarsi, ponendosi con chiarezza a difesa del particolare contro l’uniforme, con altrettanta sincerità dobbiamo però essere lungimiranti e guardare oltre. Questo comporta la capacità di porci la domanda sulle conseguenze della perdita di sovranità degli Stati-Nazione e a quale tipo di governo dell’umanità ciò è funzionale; di capire se le Piccole Patrie hanno la forza di contrastare i Poteri occulti che governano il mondo verso la creazione di uno Stato mondiale che azzera tutte le identità etno-culturali, ossia se la conquista delle autonomie senza una visione precisa del vero nemico principale da fronteggiare, non rischi perciò di condurci in un vicolo cieco senza alcuna possibilità di sopravvivenza.

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3 Commenti

  1. Giovanni Saoncella dice:

    Ho letto un paio di volte la lettera politica n° 700 ed alla fine mi sono chiesto:”Sapresti fare un riassunto di quello che hai letto?”, sono stato costretto a rispondermi di no!
    Io credo che la discussione sulla richiesta di autonomia da parte del Veneto possa essere fatto in termini più semplici e senza tanti richiami storici; la richiesta è di oggi, limitiamoci a valutarla nel suo momento storico.

    novembre 13, 2017
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  2. Ugo dice:

    Sono d’accordo con Giovanni in quanto la valutazione è nel contesto storico attuale e di una situazione attuale in cui lo Stato è patrigno e matrigna e si comporta come un occupante occulto di ogni azione e reazione dei cittadini di cui vuole NON occuparsi.

    novembre 13, 2017
    Rispondi
  3. alex dice:

    Concordo con i precedenti interventi. Bella e dotta analisi politica ma sul piano pratico ci sono più di venti punti di Autonomia da chiedere e su questo qualcuno si sta giocando molto sulla sua credibilità politica.
    Inoltre è tutto rinviato sul piano politico a una cosidetta trattativa con il Governo centrale che non mi pare molto sensibile sull’ argomento. Ergo a “mollare l’ osso” cioè competenze e introiti economici. Infine noto che è un governo ormai al Capolinea per non dire morente e sarà difficile trovare l’ interlocutore o gli interlocutori capaci di occuparsene.
    A. Avanzini

    novembre 14, 2017
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