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DALLA PECORA ALL’EURO

Lettera Politica N. 635

In principio era la pecora. Nelle civiltà pastorali le pecore erano la misura della ricchezza. Non per niente è rimasto il termine “peculio” da pecus (lat. pecora) per indicare una somma di denaro o di beni. La pecora era una specie di “tallone” nei baratti.
Poi tale “campione” si trasferì alle pelli di pecora con le quali si confezionavano gli indumenti, che divennero una vera e propria “moneta”. Gli archeologi tirano su dai relitti affondati nel Mediterraneo delle piastre di bronzo in forma di pelle di pecora, le prime “monete” dell’antichità. Queste “monete” avevano una caratteristica conservata nella moneta attuale: quella di essere accettate dappertutto negli scambi, che era la condizione prima dell’impiego di esse e che faceva sì che i mercanti antichi le portassero sulle loro navi. Il valore delle monete, che nei secoli passarono dal bronzo all’argento, oro e rame era duplice: uno era il valore dato alla moneta, che variava da luogo a luogo; il secondo era il valore intrinseco del metallo contenuto, perché le monete metalliche potevano essere fuse per creare oggetti, monili ecc. Il potere statale non tardò ad assicurarsi il monopolio della monetazione. La moneta era tanto più accetta quanto più alta era la serietà e la notorietà di chi la coniava.
Poi i Cinesi inventarono i “biglietti di Stato”: il potere si impegnava a scambiare il pezzetto di carta che emetteva contro la quantità di metallo prezioso indicata su di esso. Un sistema che arrivò sino al secolo scorso.
Limitandoci all’Italia, la lira post-unitaria prevedeva la convertibilità dei biglietti in monete d’oro. Possibilità presto abbandonata. Rimase una monetazione in metalli “vili” per le monete frazionarie ed i valori più bassi. Nacque il nostro termine “biglietto di banca” o “banconota” in quanto vennero autorizzate alcune banche primarie ad emettere questi “biglietti” ad accettazione obbligatoria, facoltà che lo Stato incamerò successivamente, affidando il monopolio dell’emissione dei “biglietti di Stato a corso legale” alla Zecca di Stato, con circolazione e accettazione obbligatorie. Sui biglietti era stampata la minaccia di punizioni per i fabbricanti e gli spacciatori di biglietti falsi. C’ era sempre un collegamento dei biglietti emessi con le riserve auree dello stato che in tempi moderni sparì. Gli economisti dicono che attualmente la valutazione internazionale di una moneta deriva dalla bontà dell’economia del suo emittente.
Nel breve e sciagurato periodo del secondo dopoguerra, le am-lire degli alleati, che scardinarono quello che restava dell’economia, non ebbero neppure il pudore di coprire che erano solo degli stracci di carta senza alcuna base di riserve, con i quali gli occupanti invadevano il nostro mercato.
Le caratteristiche della moneta nell’Italia repubblicana non cambiarono rispetto a quelle degli anni precedenti alla guerra. Naturalmente con valori che si adeguavano alla terribile inflazione capitata nel frattempo.
E arriviamo all’euro, che sta facendo danni più delle am-lire, che durarono un periodo breve. Anche l’euro ha un corso forzoso e presenta caratteristiche delle vecchie am-lire: la bruttezza delle banconote – la carta è migliore ma non infalsificabile; è totalmente sganciato da qualsiasi riserva metallica; nessuna minaccia ai contraffattori; virtuale anonimità dell’emittente; solamente la firma (ora) di Mario Draghi in un angolo senza indicazione alcuna; degli ologrammi che non salvano dalle falsificazioni; in un angolino la “c” del copyright, come se si trattasse di un disco o di un libro. Se non fosse maledettamente serio, potremmo prenderlo per un biglietto del Monopoli. Ma, a parte l’aspetto, rimangono gli effetti deleteri. Anzitutto l’assurdo cambio impostoci con la violenza di Brenno – ancora una volta – che ha distrutto la nostra classe media; quindi la camicia di Nesso del valore bloccato in un mondo che manovra i tassi di interesse e la politica monetaria secondo convenienza. Una situazione che continuerà a peggiorare. Peraltro, l’economia autoproduce gli anticorpi alle sue malattie. Tali sono da considerare le “monete complementari” che sono nate qua e là. In Baviera c’è il kingauer che ha la caratteristica di venire svalutato nel tempo per aumentarne la velocità di circolazione. Chi conosce qualcosa di Ezra Pound, ricorderà la sua grande battaglia per la “moneta fungibile” di Gesell, sperimentata nel villaggio di Woergl.
In Italia sono sorti come monete complementari il sardex, lo scec, il liberex, il crevit ed altri. Sono monete private la cui circolazione in certo modo si affianca a quella statale, che hanno la caratteristica di venire accettate in reti particolari di sottoscrittori e in esse valgono per qualsiasi affare. Non sono ben viste dal potere in quanto minacciano il suo monopolio d’ emissione e i traffici che avvengono attraverso di esse possono sfuggire agli occhi delle varie polizie fiscali, ma sono un tentativo (il futuro ci dirà se e quanto riuscito) di creare qualcosa che ponga rimedio ad una carenza reale. Quando, nell’ultima metà del ’900, vennero a mancare le monete metalliche, le banche stamparono gli “assegnini”, pezzetti di carta del valore facciale di 50 o 100 lire che tutti accettarono e che risolsero assieme ad una “pseudo moneta”: i gettoni telefonici, il problema della mancanza di moneta metallica.
Nei secoli i mercanti hanno creato molte “monete alternative” che li aiutavano negli scambi. Tali sono, ad esempio, l’assegno, la cambiale, il charter party, la fede di deposito eccetera. Esempi di come la “mano invisibile” si dia sempre da fare per risolvere i problemi economici che si presentano.

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One Comment

  1. Francesco Bovolin
    Francesco Bovolin Giugno 15, 2016

    Bellissimo articolo, come tutti gli altri tuoi.
    In Italia, potremmo concludere, assomma a circa 62.000 .000 la ricchezza di stato, se così si può dire, rappresentata da quei 62.000.000 di “pecore” (gli italiani) che accettano supinamente (supina-mente) di essere offesi e vilipesi da chi da decenni ci governa.

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