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Il caso Maso

Lettera Politica N. 622

E’ la prima volta che la Lettera Politica si occupa di cronaca nera, ma il caso Maso si presta troppo bene a una riflessione sulla giustizia per lasciarsi scappare l’occasione.
La vicenda del giovane veronese che nel 1991 assieme a due amici massacrò a bastonate e colpi di padella entrambi i genitori per venire in possesso dei loro soldi è abbastanza nota. Dopo 22 anni di carcere è uscito. A 45 anni ha davanti a se un bel pezzo di vita da vivere. A differenza di sua mamma e suo papà che giacciono sottoterra. Per nulla pentito del crimine, fra i più odiosi che si possano commettere, si atteggia a divo, rilascia interviste, parla col Papa (!?) e trova anche il tempo di minacciare le sorelle per l’eredità. In un’intercettazione parla addirittura di “finire il lavoro iniziato 25 anni fa”.
22 anni di galera non sono serviti a nulla. E non ci si venga a dire, come stanno facendo alcuni preti, per fortuna non tutti, che è “malato”. Come se non esistesse la malvagità, ma solo la malattia. Come se non ci fossero delinquenti, ladri e assassini, ma solo malati. Magari per colpa della società, cioè nostra, come vorrebbe una certa cultura di sinistra.
Il caso Maso è emblematico per capire che c’è qualcosa che non funziona nel rapporto reato-pena. Si parla sempre delle lungaggini della giustizia. Ma perché non ci chiediamo se è giusto che dopo 22 anni Maso sia libero, perché non gli è stato dato l’ergastolo, che cosa deve commettere uno, più di quello che ha fatto lui, per meritarselo?
E, trasferendoci dal particolare al generale, nel caso dell’ergastolo è giusto che un assassino venga mantenuto a vita senza fare un cazzo dalla mattina alla sera?
Per Maso in 22 anni di reclusione, i cittadini onesti sono stati condannati a pagare per lui 138 euro al giorno, per un totale di 1 milione e 108 mila 140 euro. E non ci sono i soldi per le pensioni?
Viene anche da chiedersi: c’è proporzione fra la pena comminata ad un assassino volontario e quella per un reato colposo come “l’omicidio stradale” che potrebbe arrivare a 10/15 anni? E ancora: come si possono dare 12 anni per corruzione e solo qualche anno in più per un omicidio?
Lascio a chi legge tirare le conclusioni.

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3 Comments

  1. Pensare, o spacciare a ingenui e creduloni, che non esista la malvagità, ma solo la malattia, alleggerisce, attenua, assolve… anche i delinquenti per i quali è difficile trovare aggettivi.
    Casi come questo, oltre che mostrare il fallimento conclamato della pretesa del “carcere rieducativo” , mettono davvero tristemente in luce grottesche incongruenze, inaccettabili minimi scarti di pena fra reati di gravità molto differente.
    La spesa carceraria, fra tutte le spese a carico dei cittadini onesti una delle più pesanti, è ancora più intollerabile, proprio per “il dolce far niente” di chi è in carcere. L’atteggiamento pietistico e buonista, riguardo a chi è in carcere, sorvola sulle cause del “soggiorno ” nelle patrie galere dei soggetti… e narra con enfasi di attività varie, spettacoli teatrali, corsi di cucina, di pittura, di modellismo… Spesso i carcerati colgono l’occasione, diciamo, per laurearsi … quando a qualche giovane la mancanza di mezzi ha impedito di proseguire gli studi. Gli esempi non mancano.

  2. Eugenio Cipriani
    Eugenio Cipriani Marzo 7, 2016

    Sono assolutamente d’accordo con l’autore della lettera. Chi finisce in carcere, specie chi ci finisce per reati come quello commesso da Maso, non può essere pagato e spesato dai contribuenti per non fare un cazzo. Devono lavorare! Cosa che spesso questa gente non ha mai fatto durante la vita “normale”. Lavorare per questi signori (primi fra tutti i mafiosi) sarebbe la pena più giusta e più severa!

  3. maurizio manfredi
    maurizio manfredi Marzo 7, 2016

    Anche se con un pò di ritardo arrivo anch’io! Soloo adesso posso mettermi al PC e rispondere. Pienamente d’accordo con Agostina ed Eugenio. Non sono molto d’accordo con Agostina che lo stare in carcere sia esattamente un ” dolce far niente ” ! La privazione del nostro bene più grande …” la libertà ” … per quanto giusta e doverosa, non penso sia, comunque, un ” dolce far niente “. Giusto troverei, invece, che lo Stato si attrezzasse, se vero come è vero, che, chi sbaglia deve pagare, affinchè le spese di vitto, alloggio, guardie, istituti penitenziari, manutenzioni ecc., fossero a carico del detenuto e non della comunità. In questo caso si potrebbe pensare a lavori tipo la pulizia dgli alvei e delle rive dei fiumi, disboscamenti, verifica e consolidamento del territorio, pulizia di boschi, parchi, giardini, spiaggie e quant’altro ne presenti necessità. In tal modo forestale, guardie venatorie, protezione civile ecc.potrebbero avvalersi di manodopera a basso costo, socialmente utile e che libererebbe da tali incarichi personale già in attività e potendolo destinare ad incarichi più selezionati. Ai detenuti farebbe bene rendersi utili, assaporare, stando all’aperto, quale bene abbiano perduto, la libertà appunto e magari farli diventare custodi e cultori nei confronti della natura, passo fondamentale per portarli anche a rispettare il prossimo. Parlare genericamente di malvagità, crudeltà o altro mi sembra assurdo. Non tutti quelli che hanno commesso un reato son esattamente così. Certo è che, per quelle persone che hanno commesso reati gravi o gravissimi e che continuano a manifestare comportamenti tali da non poterli catalagore fra i recuperabili, si possono e debbono tentare terapie e cure idonee, all’interno delle carceri o instrutture idonee e, ove si ritenesse che sono, comunque, irrecuperabili, buttiamo pur via la chiave e dimentichiamoci che esistono. Un pò di pietà e di buonsenso non guastano. Questo è il mio umile pensiero!

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