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Il Piave mormorò…

Lettera Politica N. 588

In famiglia avevo sempre sentito parlare dello zio Gigetto, morto in montagna nella guerra del ’15-18, fratello di mia nonna paterna che ne conservava con devozione la foto in uniforme a grandezza naturale sulla faccia interna di un’anta dell’armadio. Una specie di eroe di famiglia. Forse, dicevano, avrebbe anche potuto essere, chissà, il milite ignoto, perché non ne avevano mai trovato il corpo.

Questo ricordo familiare, unito agli insegnamenti di una scuola, quella elementare degli anni ’50, con due maestri profughi giuliano-dalmati, intrisa di patriottismo risorgimentale con coccarde tricolori e cori de “il Piave mormorò…”, aveva fatto sì che avessi recepito automaticamente la “grande guerra” come un’epopea eroica degli italiani.

Poi, con gli anni, con gli studi e con quel processo di revisione critica che mi ero imposto subito dopo l’adolescenza per meglio comprendere la realtà, ho cominciato a considerarla in modo diverso. E oggi, a distanza di 100 anni, al di là della retorica delle commemorazioni, vale la pena, con il dovuto rispetto per tutti i caduti, cercare di cogliere l’essenza di quella che, tanto per chiarire, non è stata una guerra sentita dal popolo. Lo provano 600.000 morti, 870.000 denunce per renitenza alla leva su 5.200.000 arruolati, 189.425 disertori di cui 4066 condannati a morte.

Ci hanno insegnato che è stata combattuta per liberare Trento e Trieste, ma questa è una lettura limitativa e tutta italiana. In realtà è scoppiata nel 1914, un anno prima che l’Italia vi entrasse, il che significa che le ragioni sono ben altre.

L’essenza della prima guerra mondiale la si può cogliere inquadrandola nello svolgersi complessivo del ventesimo secolo e valutandone le conseguenze reali.

In quest’ottica appare chiaro che essa altro non è stata se non il primo tempo di un’unico conflitto costituito dalle due guerre mondiali, frutto di un lucido progetto di destabilizzazione ed assoggettamento dell’Europa ad interessi ad essa estranei. Ciò lo si può constatare facilmente ex post considerandone gli effetti: la distruzione degli assetti tradizionali dell’Europa, dalle forme istituzionali fino alla struttura sociale e familiare, ha indebolito, avvilito e asservito l’Europa a quegli stessi interessi sovranazionali che hanno ideato, finanziato e provocato le due guerre.

Dopo le due guerre l’Europa ha cessato di essere il centro del mondo, ha perso l’impero coloniale, è stata soggiogata militarmente, è stata costretta ad assumere una forma politica che esclude i popoli dalle scelte fondamentali lasciandole nelle mani di gruppi finanziari senza responsabilità e senza volto.

Ci sono stati vincitori e vinti solo apparentemente. In realtà noi italiani, noi europei, noi popoli, abbiamo perso tutti. Basta guardarsi attorno. Più che le commemorazioni servirebbe una presa di coscienza collettiva di tutto questo.

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