La destra e l’autonomia


Lettera Numero: 699

Il referendum veneto è stato, fra l’altro, l’occasione per far emergere una delle contraddizioni di quel mondo che in vari modi si richiama al Fascismo. Tutto parte dalla richiesta di autonomia del Veneto. Alcuni esponenti di quella che per praticità chiamiamo “destra”, consapevoli dei limiti e dell’imprecisione di questa definizione, si sono schierati contro quest’istanza, considerandola pericolosa per l’unità nazionale.

Altri invece si sono schierati dalla parte dell’autonomia.
Da qui è emersa una polemica che investe concetti come quello di nazione, di patria, di stato, di popolo, di lingua.
A ben considerare, essendo l’oggetto del referendum l’autonomia regionale, il dibattito sarebbe fuori luogo, dato che non è messa in discussione l’integrità territoriale dello stato. Tuttavia esso si giustifica per il fatto che dietro l’istanza dei Veneti si ravvisa un sentimento di alterità che preoccupa coloro che ritengono l’Italia un tutt’uno. Alterità che consiste nell’avere consapevolezza di una propria specifica identità etnica e culturale.

Perché coloro che si richiamano all’ortodossia vedono come qualcosa di negativo questo sentimento di alterità e tutto ciò che ne consegue?
Il motivo sta nel fatto che il Fascismo, fondato all’indomani della 1^ guerra mondiale da molti reduci, ha cavalcato la temperie eroica della vittoria e del compimento dell’unificazione nazionale. La Patria intesa come stato-nazione, il tricolore, il risorgimento e i suoi protagonisti, hanno costituito per un ventennio i capisaldi sui quali, “fatta l’Italia”, il Fascismo è riuscito a “fare gli Italiani” come auspicava D’Azeglio cinquant’anni prima. Grande opera, questa, che però conferma che se gli italiani bisognava farli, vuol dire che non c’erano.
Ed è questo il punto.
L’adesione al mito risorgimentale può essere considerata essenziale per il Fascismo? Oppure: che cos’è che fa del Fascismo il Fascismo? O meglio: che cos’é che rende fascisti i Fascismi, dato che esso è stato un movimento plurale che ha avuto sì in quello italiano la sua originaria espressione, ma che poi è stato declinato in maniera diversa dai vari popoli europei che l’hanno abbracciato?
Già da questa constatazione – pluralità del Fascismo- risulta lampante che il mito del Risorgimento non ne può costituire l’essenza, ma solo un elemento accessorio e contingente.
Codreanu, De Grelle, Mosley, Hamsun, Pound, Szalasy, Celine, La Rochelle, Petain, Le Pen, Josè Antonio Primo de Rivera, Eamon De Valera sono tutti e a buon diritto considerati espressioni del fascismo europeo, ma nessuno di loro ha aderito al mito risorgimentale italiano!
E’ piuttosto corretto affermare che tutti i Fascismi sono stati espressione dell’anima del popolo e interpreti del volere della nazione.
Si tratta allora di definire il rapporto fra il Fascismo e l’idea di patria e di nazione.
Per evidenti ragioni storiche il Fascismo italiano si è legato, nella sua fase di regime, all’idea di stato-nazione, nata con la rivoluzione francese nel 1789, frutto del pensiero illuminista e massonico. Stato-nazione a sua volta frutto, com’è acquisizione storica accettata, non di un movimento popolare e condiviso, ma di una guerra di conquista da parte di una dinastia straniera (i Savoia), attuata con l’aiuto di Francia e Inghilterra e gestita e ispirata dalla Massoneria.
E qui emerge la prima, grande contraddizione del Fascismo (d’altra parte ciò che è immenso può contenere contraddizioni!): come si può al tempo stesso essere “anima del popolo”, lottare contro le demo-plutocrazie e i poteri forti, combattere la Massoneria, richiamarsi ai miti dell’antica Roma e dell’Impero e poi aderire ad una delle massime creazioni della Massoneria qual’è appunto lo stato unitario, accogliendone simboli e miti ( tricolore, stellette, eroi del Risorgimento, la vittoria nella 1^ guerra mondiale, la dinastia sabauda )?
E’ evidente che un ruolo fondamentale l’hanno giocato le contingenze storiche che non sto qui ad elencare dandole per note. Ma ben presto la realtà s’impone. E’ la “vittoria mutilata” la prima inconfutabile prova che l’Italia si era schierata dalla parte sbagliata, che i poveri soldati caduti erano stati lo strumento inconsapevole di un disegno più grande di loro e di quelli che li avevano mandati a morire per accrescere il dominio di potenze straniere che nulla avevano a che fare con quei figli del popolo.
Ben presto Mussolini tocca con mano che il gioco delle grandi potenze non è il suo ed elabora una politica sempre più lontana dai loro disegni arrivando perfino a subire le sanzioni da coloro che fino a qualche anno prima erano gli alleati. L’impostazione del regime sullo stato-nazione non viene però messa in discussione. In primis perché funzionale al partito-stato che era appunto il Pnf e poi perché il 900 era il secolo degli stati-nazione.
E’ la guerra e le motivazioni che la sottendono a mettere in secondo piano la visione patriottarda del Fascismo: l’adesione al mito della Nuova Europa e di un Nuovo Ordine, il rifiuto del modello capitalista, l’alleanza con la Germania, la natura ideologica del conflitto spostano tutto su altre dimensioni. La stessa costituzione della Rsi è la dimostrazione che l’elemento ideologico è prevalso su quello patriottardo con la secessione, dopo appena 82 anni dalla costituzione dello stato unitario, della parte settentrionale del paese.
Queste considerazioni e soprattutto questi fatti dimostrano che l’Italia, intesa come stato-nazione ed i miti ed i simboli risorgimentali non sono essenziali del Fascismo, ma ne sono solo una componente.

Il movimento politico che si è andato costituendo in Italia e in Europa dopo il 1945 e che in qualche modo prende il Fascismo come punto di riferimento o di provenienza ha assunto diverse forme. Oggi in particolare la sua affermazione in vari paesi europei è caratterizzata da un minimo comune denominatore: difendere e valorizzare le identità e le rispettive sovranità. Identità che non coincidono necessariamente con i confini statali di questo o quel paese, che il più delle volte sono la risultante non del volere dei popoli ma di guerre e trattati.
A ciò s’aggiunga l’avvento della globalizzazione che ha svuotato gli stati-nazione, che ha trasferito i luoghi delle decisioni e del potere in sedi internazionali o addirittura sconosciute e che sta operando una pesantissima omologazione che annulla tutte le specificità per attuare il meticciato. Di fronte a questo stato di cose lo strumento più adeguato per affermare e difendere le identità etno-culturali è quello di valorizzare politicamente le patrie regionali, nuovo ubi consistam di quegli stessi valori e sentimenti che erano stati declinati nel secolo scorso sul livello degli stati-nazione.
Patrie regionali perché dotate di quella massa critica minima per autodeterminarsi e autogovernarsi e perché nel grande marasma del villaggio globale più facilmente riconoscibili e percepibili.
Patrie regionali perché sono state l’unità statuale che ha caratterizzato per secoli la storia europea, nella quale quella degli stati-nazione è stata solo una recente parentesi di un paio di secoli.
Patrie regionali perché hanno costituito per un paio di millenni il tessuto politico del nostro continente, integrate sul livello superiore dalla struttura imperiale: impero romano prima, sacro romano impero poi.

Allora essere a favore delle piccole patrie, declinare il concetto di nazione su diversi livelli è perfettamente normale ed in linea con il pensiero più profondo della “destra”.
Al contrario, porre l’adesione e l’identificazione nello stato-nazione come condicio sine qua non per appartenere alla “destra”, non solo è privo di un reale supporto storico e filosofico, ma è soprattutto fare confusione fra “sostanza” e “accidente”, fra ciò che è essenziale e ciò che è accessorio.
Nella concezione tradizionale dell’uomo cui la “destra” fa riferimento, esso è concepito come un continuum fra le varie generazioni, come l’anello di una catena, non come individuo, atomo avulso, propugnato dal Pensiero Unico. Il mito del sangue, da cui lo “ius sanguinis”, altro non è se non l’intuizione antica che esiste il Dna, ovvero un codice genetico che lega indissolubilmente gli appartenenti ad una famiglia, ad una “tribus”, ad un’etnia, ad un popolo. E’ allora intuitivo oltre che evidente che questi legami, trasferiti in ambito culturale e politico, costituiscono un punto di riferimento imprescindibile nella costruzione delle società e degli stati.

Veniamo quindi allo specifico politico di questi giorni che ha acceso il dibattito su questo tema.
Il plebiscito sull’autonomia espresso dai Veneti è, in termini metapolitici, l’espressione della loro
volontà di recuperare un’identità etnica, culturale, sociale e politica in un momento storico in cui il Pensiero Unico, il mainstream mediatico, l’establishment finanziario mondialista stanno attuando la più grave e pericolosa operazione di distruzione delle identità. Un atto assolutamente coerente con la visione profonda del mondo cui si richiama il Fascismo o quella che chiamiamo per comodità “destra” e che ne costituisce l’essenza.
Coloro che di fronte a tale atto politico si scandalizzano e sentono odore di “eresia” perché ritengono venga messo in discussione quell’idea di stato-nazione e di patria costruiti e voluti da un pensiero antitetico, confondono semplicemente il necessario con l’accessorio, l’universale con il contingente.
Peggio ancora è la reazione di coloro che dietro la difesa del tricolore nascondono con vorace egoismo la difesa della vergognosa condizione di mantenuti.
Il futuro della “destra” o, per chi preferisce dismettere il termine, del Fascismo del terzo millennio, non è nell’acquario dove nuotano pesci tricolori e le immagini massoniche di Mazzini, Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, ma nello svolgersi millenario degli archetipi della civiltà cui apparteniamo noi veneti, italiani, europei.

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6 Commenti

  1. Luigi Bellazzi dice:

      a proposito del referendum sull’autonomia del Veneto sostenuto anche dall’ Officina, è stato innegabilmente un Trionfo, al quale hanno contribuito un’infinità di camerati.
                       Nell’Antica Roma il Trionfatore, veniva seguito da uno schiavo che  sussurrava all’orecchio  del Vittorioso :” guarda dietro di te e ricorda che tornerai  ad essere un uomo normale”( Respice post te hominem te memento) . Per rendere il ricordo più convincente dal cocchio del Trionfatore pendeva una verga in oro simbolo del supplizio al quale erano sottoposti i traditori di Roma.
                     Personalmente vorrei offrire a tutti i camerati pro referendum, un bicchierino di olio di ricino. Un niente di che per una cagarella veloce, da far  ritrovare il lume della ragione… .
                       Nei primi del 900, Edoardo Scarfoglio Direttore de Il Mattino di Napoli( marito di Matilde Serao) voleva la guerra per L’italia. Una guerra qualsiasi con questi dell’Intesa( Inghilterra, Francia, Russia) o con quegli altri dell’Alleanza( 1882 Germania e Austria- ungheria). Purchè fosse una guerra, la guerra per la guerra. Quella che per i futuristi era “l’unica igiene del mondo”.
                        L’Austria, se non fossimo entrati in guerra con l’Intesa ci avrebbe  ceduto il Trentino, il Friuli senza Trieste ( perché Trieste era in pratica l’unico   sbocco al mare  per gli austro ungarici).  
                         All’Italia, da poco terminato il Risorgimento, serviva cementare la nazione, creare lo spirito per la comunità di destino, ovvero la Patria.
                     Per l’unità nazionale, per creare Patria, abbiamo pagato nella Grande Guerra un tributo di sangue pari a 690 mila morti. Una guerra di trincea, con sofferenze come mai vi furono prima e mai  vi saranno più state poi.
                    Occorreva trascinare il contadino siciliano che non conosceva nemmeno l’esistenza del Veneto, a farsi sventrare le budella sulle valli del Pasubio fianco a fianco degli Alpini provenienti dal vicentino e dal veronese.
                    E’ verissimo nel 15/18 abbiamo intrapreso  una guerra che non serviva per gli interessi territoriali..
                   A Redipuglia il Fascismo per ricordare( mica per un giorno, ma per l’eternità) il lavacro di sangue dal quale era nato il sentimento della Patria, (certo anche  con i carabinieri “dietro” che mettevano più paura degli austriaci “davanti”), piantò un Sacrario con 40 mila lapidi ciascuna salutata alla voce, col rituale “Presente” scolpito  sulla pietra, mica scritto scritto sulla sabbia.
                 Mi si dirà che il voto al referendum, per i camerati non significava il venir meno della Patria, dell’unità nazionale, ma una semplice maggiore autonomia amministrativa.
                    Anche in Catalogna, erano partiti scherzando con l’autonomia amministrativa e stanno finendo con la secessione.
                    L’unità nazionale , specie per l’Italia è un tema delicatissimo, sul quale non si scherza. L’unità nazionale l’otto Settembre 43, si era polverizzata in un giorno, nonostante venti e passa anni di Fascismo.
               L’autonomia amministrativa? “Roma ladrona”?
     Il disastro della incontenibile spesa pubblica in Italia, nasce negli anni ‘ 70 contestualmente alla nascita delle Regioni. Più democrazia, più ruberia, più sperpero dovuto al clientelismo. Altro che decentramento, accentramento con più poteri ai Prefetti. Chiudere l’Agenzia delle Entrate e aprire l’Agenzia delle “uscite”.
                          L’ autostrada inutile della Valdastico – Pi.Ru.Bi ( Piccoli, rumor, Bisaglia) dell’era democristiana, fa il paio col Mose dell’era di Galan( con Zaia Vice…) con Lega, Forza Italia e A.N. al Governo del Veneto.
                          Autonomia Amm.va per cosa? Nel Veneto abbiamo avuto il più grande e impunito scandalo bancario ( Pop. di Vicenza, Veneto Banca), 180 mila veneti sul lastrico, nessun banchiere in galera, nessun risarcimento ai soci truffati. Con Zonin a spasso tra le gioiellerie di Via Montenapoleone a Milano.
                     Per tappare i buchi delle banche venete è dovuto intervenire lo Stato italiano, perché non vi ha provveduto la Regione Veneto??
            Il Veneto vanta il modello sanitario Veneto. Ma che bugia,  che bugia. Per clientelismo elettorale si tengono aperti punti nascita da 200 parti l’anno, quando la direttiva europea ne prevede almeno mille ( per tenere aperto un punto nascita) e la direttiva regionale ne prevede almeno 500.
    A Pieve di Cadore, feudo leghista, di parti ne bastano 200.
                     L’inquinamento da pfas, le concerie nella valle del Chiampo scaricavano impunemente questa nuova bomba atomica ambientale( impiegata per rendere impermeabili le pelli destinate all’abbigliamento). Duecentomila veneti a rischio infezioni, 2 mila veneti dovranno subire la totale trasfusione del sangue. Chi era allora il Responsabile igiene pubblica della Asl n.5 di Arzignano competente per territorio? Era il dr. Domenico Mantoan, attuale Capo della Sanità nel Veneto.
                       Vogliamo parlare di “volontariato”, il fiore all’occhiello del Veneto?
                       Nessun controllo, nessuna trasparenza, l’importante che portino voti alla Lega. Sarebbe così semplice  obbligare tutte le Ass.ni di volontariato a collegarsi in rete e con un motore di ricerca consultarne telematicamente statuti e bilanci analitici dove siano verificabili entrate e uscite al centesimo! Opacità è la parola d’ordine del “volontariato” nel Veneto.
                       Quindi chi è andato a votare per il referendum  ha dato il suo inconsapevole contributo per l’avvio della disgregazione dell’unità nazionale. Quell’unità, indispensabile alla volontà di potenza innata in ogni popolo, motore dell’evoluzione dell’uomo.
                    Adesso occorre riequilibrare la barca con una forte iniezione di nazionalismo, basato sul ritrovato amore verso la Patria. Altrimenti il Veneto farà la fine della Catalogna.
                                                          

    ottobre 30, 2017
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  2. Paolo Danieli dice:

    Il commento di Bellazzi non tocca il nucleo centrale della Lettera Politica 699 che consiste nell’affermare che destra e autonomia sono perfettamente compatibili ed anzi connaturati, mentre è contraddittorio il matrimonio acritico con il mito risorgimentale. Il commento sposta il tema sulla cronaca, sullo specifico veneto, su alcuni episodi di malcostume e delle presunte disfunzioni. Per quel che riguarda i punti nascita è risaputo che le zone montane hanno sempre costituito un eccezione nella distribuzione dei servizi per le note difficoltà di spostamento. Per il resto i fatti portati ad esempio sono reali, ma, senza entrare nel merito, si sa, nessuno perfetto e banchieri e costruttori disonesti ce ne sono ovunque, ed anche qui le responsabilità sono da condividere con i mancati controlli da parte di Roma. Per quanto concerne l’autostrada Valdastico sarà molto utile a scaricare il traffico a volte insopportabile della A22 appena verrà completata la congiunzione con Trento. Ma quanto più numerosi sono gli episodi di malcostume a livello centrale e in altre regioni! Ed in ogni caso si tratta di considerare il tessuto socio-economico del Veneto, che, a parte alcuni deplorevoli e pur gravi episodi, è un tessuto fondamentalmente sano e virtuoso.

    ottobre 30, 2017
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  3. Alberto dice:

    Una visione storica di un tempo più ampio può sicuramente aiutare a comprendere l’argomento. Comprendere soprattutto questa aspirazione tipicamente veneta a ritenersi diversi, non migliori, dagli altri connazionali. Ci sono motivi essenzialmente storici che anch’io ritengo validi, sembrano talvolta inspiegabili ma conoscendo la caparbietà e la semplicità delle nostre genti si possono comprendere.
    Ha comunque una certa logica quanto asserito da Bellazzi, specialmente se rapportiamo il tutto alla triste cronaca contemporanea veneta, senza anche dimenticare la contrarietà all’istituzione delle regioni del MSI visto come un pericolo per la tenuta della nazione.
    Ragionando poi con un’ottica localistica credo che le soluzioni siano più facilmente individuabili parlando con i nostri vicini bresciani e trentini, la Regione del Garda ricordi?
    Il dubbio però è un’altro.
    Mi sembra come una specie di resa, rinchiudermi nella cittadella perché la difesa della città non è più possibile. Se così fosse altro non sarebbe che un’agonia più lenta, non auspicabile di sicuro come futuro.
    La diamo per persa una certa idea dell’Italia?
    Quanta forza può avere la voce del solo Veneto paragonata al potenziale di un’intera nazione di fronte a questa quasi invincibile ondata omologante?
    Stanno smantellando ogni specificità, l’intento di rendere tutto uguale è mostruoso e rende necessario l’uso di tutte le capacità che si possono opporre a queste idee perverse.
    Personalmente non ho ancora rinunciato a quell’idea di Europa nazione di cui si parlava un trentennio fa, senza rinunciare ad essere veneto, veronese ed italiano.
    È solo un dubbio ma mi spiacerebbe disperdere energie preziose focalizzando tutto sul nostro Veneto.
    Se poi invece parliamo di come organizzare al meglio il nostro territorio è un solo discorso di praticità, rendere più semplici i problemi quotidiani non ha colore politico e qui si, sono del tutto d’accordo.

    ottobre 30, 2017
    Rispondi
  4. Paolo Danieli dice:

    La riflessione sull’autonomia è un contributo per capire che cos’è la vera anima della destra. Nessuno vuole distruggere lo stato italiano. Si tratta solo di ragionare abbandonando certi stereotipi e cercando di cogliere l’essenza delle cose. Il Veneto chiede l’autonomia, non la secessione! Inoltre è il livello regionale l’unico ad avere massa critica per costituire un soggetto politico capace di autogoverno. Altro è il decentramento amministrativo, che presuppone però il centralismo.

    ottobre 30, 2017
    Rispondi
  5. alex dice:

    Intervengo per dir la mia pensando di essere non solo fra amici ma uomini della stessa Fede politica.
    Mi astengo dalle diàtribe storiche perchè ognuno può dir la sua e gli storici interpretano a modo loro secondo le proprie linee di pensiero com’ è ben noto nel mondo culturale e accademico.
    Mi addentro invece nel ben più scivoloso mondo politico…Non v’è dubbio che la Destra è sempre stata da che è mondo tendenzialmente nazionalista ma anche popolare se si escludono le fasce un po’ più elitarie cui tutti possiamo riferirsi.
    Ultimamente si è parlato della nuova tendenza così coniata “populista” con termine spregiativo ma esprime, secondo me, molto bene la tendenza di rappresentare i “desiderata” della gente. Cioè un modo di esprimere i pensieri e i desideri del popolo o almeno di volerli rappresentare e per qualcuno considerati “di pancia “ più che di pensiero.
    Ricordo, però, che si è appena svolto un Referendum che a stragrande maggioranza ha preso una certa decisione giusta o sbagliata che sia per il futuro.
    Il mondo va avanti, le idee si evolvono e i movimenti identitari o per qualcuno “populisti” che le rappresentano generalmente la Destra non vi è dubbio che debbono modificarsi di conseguenza.
    Ma l ‘ Italia, a mio parere, rimane un anomalia perchè l’ identità settentrionale è diversa da quella centrale e meridionale e diversi sono i modi di pensare e di rapportarsi in genere alla realtà per tutta una serie di ragioni, nessuno me ne voglia.
    Inoltre economicamente vi sono Regioni cosiddette “locomotive” e altre trainate o peggio che dal secolo scorso, anzi due ormai, le cui differenze non vi è stato modo di sanare! Non vorrei fare un discorso solo economicista, lontano da me e dalla mia linea di pensiero, ma è un dato di fatto che ciò esista.
    Vi è un secondo motivo di ordine giuridico e politico che dà ragione al mio assunto e a quello di milioni di veneti e non solo.
    Cioè mi si deve spiegare la ragione della differenza per cui a più di cinquant anni esistano regioni a statuto speciale e altre ordinario come la nostra che potrebbe ben essere considerata la “Baviera” , come è da sempre stata definita in termini economici ed altro?
    Piuttosto son daccordo con l’ assunto della Lettera politica che parafrasando D’ Azeglio ed anche Cavour e però facendolo mio : “fatto il Veneto bisogna fare i veneti” e soprattutto i rappresentanti politici veneti!
    Cordiali saluti

    Alessandro Avanzini

    novembre 3, 2017
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  6. Ho molto apprezzato la lettera politica di Danieli.
    La questione autonomista è qualcosa di molto più profondo delle categorie politiche classiche. Il potere, per sua essenza, cerca sempre di concentrare il potere stesso. Lo si vede con la costruzione dell’Europa su basi finanziarie ed economiche. La rivendicazione di autonomia invece, in una logica sussidiaria, sbilancia il potere che tende ad accentrarsi, differenzia i centri decisionali e ciò va all’opposto della tendenza attuale. Non a caso l’attuale sistema sta concentrando il potere economico (e quindi politico) su sempre meno persone, mentre si cerca di individualizzare sempre di più i soggetti fino a renderli delle monadi totalmente controllabili/manipolabili dal sistema.
    L’istanza autonomista quindi, letta in quest’ottica, non è contraddittoria con la rivendicazione sovranista con la quale si può identificare la nuova destra, anzi, va nella stessa direzione.

    novembre 8, 2017
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