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La scommessa di Giorgia

Lettera Politica N. 807

Giorgia Meloni sta vincendo la sua scommessa. Partita dal nulla con alcuni amici dopo la dissoluzione di Alleanza Nazionale e del Pdl, ha messo in piedi un piccolo partito nel tentativo di dare rappresentanza politica alla destra distrutta da Fini. Nel giro di sei anni è riuscita a trasformarlo in un contenitore politico che sta sfondando la barriera del 10% e che va ad occupare lo spazio lasciato vuoto da An.
Una bella immagine, coerenza, capacità, simpatia sono i fattori che ne hanno determinato il successo, tanto da essere apprezzata anche all’estero.
La concomitante dissoluzione di Forza Italia contribuisce a fare di FdI un grande partito di destra. Una destra diversa della Lega per storia e impostazione ideologica, in leale competizione per rappresentare la maggioranza del paese.
FdI, come racconta il suo simbolo, è erede del Msi, ma se si limitasse a questo si precluderebbe la possibilità di andare a occupare quello spazio, stimato di un 20%, che tutti i politologi assegnano alla destra. La Meloni lo sa bene, e si sta muovendo in questo senso.
Si tratta di una necessità storica che va accettata anche da chi sente più di altri la provenienza missina. Ormai dev’essere chiaro a tutti che la destra italiana ha due anime:
quella missina, con le radici ben piantate nella storia, che è passata attraverso prove difficili ed ha una dottrina sociale da far invidia alla sinistra; quella democristiana, d’impostazione cattolica, che ha una cultura di governo derivante da mezzo secolo di potere ed una visione valoriale simile a quella missina.
Esse costituiscono i due pilastri dai quali non si può prescindere nella costruzione della casa comune della destra in cui, definito il perimetro politico e culturale, potranno entrare tutti coloro che vi si riconoscono.
Una precisazione: siamo consapevoli dell’obsolescenza delle categorie “destra” e “sinistra”, ma continuiamo ad usarle per farci capire. Con una precisazione: che la nostra è la destra popolare e sociale, non quella liberale che non esiste più. E’ questa la nostra destra, con tutte le carte in regola per rappresentare anche un’alternativa per coloro che sono rimasti orfani di una sinistra che, abbandonati i lavoratori, è diventata partito radicale di massa e braccio politico del capitalismo finanziario.

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7 Comments

  1. Paolo
    Paolo Febbraio 8, 2020

    La deriva della Meloni affianca anche fdi al concetto di politicamente corretto ! Non esiste il concetto di alto e basso perché l’alto rappresenta la casta finanziaria e ik basso sono le forze politiche che che sosttostanno ai dictat che provengono dall’alto ! Se esiste un’alto è un basso non vedo perché debba essere obsoleto il concetto di destra e sinistra

  2. Paolo Danieli
    Paolo Danieli Febbraio 8, 2020

    Rispondo punto per punto. La Meloni non ha alcuna “deriva”. La politica che sta facendo è finalizzata a costituire un grande partito di destra e, possibilmente, di governo. Essendo l’Italia inserita in un contesto internazionale derivante dalla sconfitta nella 2^guerra mondiale e dal crollo del comunismo, deve necessariamente fare alcuni passaggi. Altrimenti al governo non ci andrà mai. E qui si pone la questione: è meglio stare fuori, isolarsi, fare solo testimonianza oppure accettare dei compromessi e puntare al governo? E’ l’eterno dilemma fra massimalismo e minimalismo, fra rivoluzione e riforma. E poiché sono convinto che oggi non ci sono le condizioni per una rivoluzione è meglio lavorare nel sistema. Finché il sistema reggerà…
    Per quel che riguarda invece destra/sinistra, sopra/sotto vorrei chiarire che è un problema relativo. Io stesso continuo usare destra/sinistra. L’ho fatto anche in questa Lettera Politica. Lo faccio per comunicare. Il superamento di queste categorie nate nel 1789 con la Rivoluzione Francese, percepito dalle avanguardie intellettuali alcuni decenni fa, emerge nel dibattito culturale scaturito dagli effetti della globalizzazione e, di tanto tanto fa capolino anche fra la gente. Ciò è dovuto al fatto che “la sinistra”, che per due secoli è stata tale in quanto paladina dei lavoratori e dei diseredati, dopo il crollo del comunismo, trovandosi orfana della “rivoluzione proletaria” s’è riconvertita: ha abbandonato la difesa dei lavoratori per abbracciare quella delle banche e dei “diritti umani”, il liberal-capitalismo e trasformandosi in partito radicale di massa. Ciò ha determinato che masse enormi di lavoratori non si sentano più tutelate e rappresentate. Di qui nasce l’esigenza politologica, prima ancora che politica, di una ridefinizione dei ruoli. Non più a destra il padronato, i ricchi, i nobili e a sinistra i proletari, ma “sopra” le oligarchie finanziarie che dominano immondo globalizzato e “sotto” la gente che lavora e produce. Si tratta di un’opportunità unica per la destra che così potrebbe arrivare a livelli di consenso impensabili. Se ciò potesse essere favorito da un uso diverso delle categorie, abbandonando la terminologia classica, credo che il gioco varrebbe la candela. N.B. Il Fascismo non fu di destra, ma fu una dottrina che inglobò in sé diverse posizioni, dal socialismo al nazionalismo, in una superiore sintesi. Mussolini non disse mai di essere di destra. Questo tanto per chiarire.

  3. stelvio dal piaz
    stelvio dal piaz Febbraio 8, 2020

    ho l’impressione che la sig.ra Meloni venga usata sapientemente dal sistema per creare zizzania tra la lega e fdi. comunque tutta questa americanite mi fa schifo. stelvio

  4. Paolo
    Paolo Febbraio 8, 2020

    Caro Paolo conosco bene la storia del Fascismo
    Fdi farà una fine peggiore di An perché percorre la stessa strada
    Errare è’ umano perseverare è’ diabolico

    • Paolo
      Paolo Febbraio 9, 2020

      D accordissimo….. Infatti la meloni si è riportata in seno tutta la porcheria serva di fini….. A verona giorgino è tornato a comandare….. A Vicenza la donazzan….. Esempi di caregari seriali….. Berlato è rimasto in fdi perché sicuro del seggio….. Adesso che è tornato in Europa chi lo vedrà più?? .. maschio e c. Sono assoldati e quindi innocui…… Giorgino perde il pelo…. Non il vizio

  5. Paolo Danieli
    Paolo Danieli Febbraio 8, 2020

    A proposito della questione riguardante il posizionamento della destra nei nuovi assetti politico-economici ed alla sua prospettiva di crescita è illuminante un’intervista di Alain de Benoist pubblica sulla rivista online “Barbadillo” e di cui riporto uno stralcio. Il ragionamento del massimo filosofo della destra europea vivente è ovviamente incentrato sulla Francia, visto che è lì che vive ed è stato intervistato, ma evidentemente vale anche per l’Italia, dato il contesto è simile.
    “In molte persone di destra, il senso della giustizia sociale assume una visione generica. Vogliono difendere la nazione, ma in ultima analisi, si preoccupano molto poco del popolo. Non hanno ancora capito che il capitalismo è intrinsecamente mondialista, in quanto esige l’abolizione delle frontiere (“lasciar fare, lasciar passare!”), che in ragione della sua propensione all’illimitatezza non può esistere senza rivoluzionare costantemente le relazioni sociali né vedere nelle identità nazionali ostacoli all’espansione del mercato globalizzato, che il modello antropologico del quale è portatore (quello di un individuo che pensa permanentemente a massimizzare il proprio vantaggio) è espressione del liberalismo economico, come del liberalismo sociale, e che l’assiomatica dell’interesse e la macchina del profitto sono i pilastri della dittatura dei valori mercantili.
    Nel momento in cui il voto per il Front National riflette sempre più un “vero conflitto di classe”, come ha detto Christophe Guilluy (geografo e sociologo francese, ndt) – per cui “è lavorando sulla questione sociale che si arriva alla questione identitaria” – nel momento in cui la maggioranza delle classi popolari non vive più laddove si creano ricchezza e posti di lavoro, come non era mai accaduto nella storia, chiaramente le destre liberali trovano il programma economico del Front National “troppo a sinistra” o si entusiasmano per quel pagliaccio patetico di Donald Trump (l’equivalente americano del russo Zirinovsky), che pensa che “saper fa soldi” sia sufficiente per qualificarlo una buona guida per gli Stati Uniti.
    Dagli anni Novanta del secolo scorso, la disperazione sociale non smette di espandersi: 6,5 milioni di persone registrate nel Centro per l’impiego, 8,5 milioni di persone povere, in linea al 60 per cento del reddito medio, 6 milioni di persone fisse al minimo sociale, 2,3 milioni di famiglie beneficiarie del Rsa (Reddito di solidarietà attiva, che fornisce un piccolo reddito alle famiglie bisognose in base alla composizione familiare, ndt), 3,8 milioni con alloggi precari, 3,9 milioni di beneficiari di aiuti alimentari, 810mila senza tetto, di cui 100mila costretti a dormire in grotte o per strada …

    Di fronte a questa svolta della storia sociale della Francia, alcuni persistono a non vedere nulla. Essi comprendono gli agricoltori che moltiplicano le azioni illegali perché il mondo agricolo sta morendo, capiscono i Corsi che vogliono vendicarsi contro le esazioni dei teppisti che hanno assalito i vigili del fuoco, ma quando otto dipendenti dello stabilimento Goodyear di Amiens sono condannati a due anni di carcere, di cui nove mesi in cella per aver trattenuto per trenta ore due dirigenti di una società che ha soppresso 1.100 posti di lavoro, e reso 800 lavoratori disoccupati (dodici suicidi dalla chiusura) – nove mesi di carcere contro trenta ore! – loro non nascondono la loro gioia di vedere questi “teppisti” spediti “in cella”. Corsi e agricoltori d’accordo ma non i lavoratori! Neanche un parola, inoltre, sui teppisti dal colletto bianco che delocalizzano la mano d’opera e moltiplicano i “piani sociali” per permettere ai loro azionisti di arricchirsi ancor di più! Io devo molto alla tradizione del sindacalismo rivoluzionario (Georges Sorel e Edouard Berth, Emile Puget e Victor Griffuelhes, Arturo Labriola e Filippo Corridoni), e questo solleva il mio cuore.

    Certo, ci si può naturalmente richiamare a una “destra thatcheriana”, come Eric Brunet, della rivista Valeurs actuelles, o come il deputato della Yonne, Guillaume Larrivé, portavoce dei Repubblicani, per i quali il “marinismo” (il riferimento è a Marine Le Pen, ndt) è un “neocomunismo anti-nazionale”. Ma quella destra là, sarà senza di me.”

  6. Ornella Candia
    Ornella Candia Febbraio 11, 2020

    Trovo la Meloni preparata come pochi nel mondo politico. Personalmente le do 10. Due cose però non mi piacciono: la sua simpatia per Garibaldi e la distanza da Casapound.

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