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L’escalation catalana

Lettera Politica N. 718

La nuova escalation della crisi catalana -con l’arresto dell’apprendista  stregone Carles Puidgemont  pone una domanda seria all’Europa ed agli Stati nazionali: il futuro sarà delle piccole o delle grandi patrie? La sovranità nazionale sarà regionale e sovranazionale al contempo?
Il quesito non è peregrino e la risposta apre scenari talmente inquietanti che, non a caso, tutte le Cancellerie europee fanno finta di non vedere quello che accade a Barcellona e non si impegnano direttamente, con la sola eccezione di Tajani che nell’autunno scorso, nel ricevere il premio Principessa delle Asturie, ha messo col massimo del vigore possibile il vertice dell’Unione
europea dalla parte di Madrid.
Un passo indietro, sintetizzando brutalmente. Da cinque anni almeno Madrid e Barcellona non si parlano più. Gli autonomisti catalani sono sempre stati “filo-governativi” all’insegna del motto: voi fate quello che volete a Madrid, noi a Barcellona ci facciamo i fatti nostri. Il referendum non è stato un atto di libertà, ma una forzatura degli autonomisti – il 50% circa degli abitanti della Catalogna – nei confronti di Madrid e del resto della comunità locale: il voto per l’indipendenza si è concentrato nelle aree rurali e nelle periferie dei centri maggiori, nell’assenza di una certezza giuridica – banalmente, chi contava e controllava i voti? -, con una partecipazione non maggioritaria dei catalani, con un uso distorto dei mezzi di informazione pubblici – a controllo regionale e fortemente sostenuti economicamente dalla Generalitat -, con
l’imposizione del catalano nelle scuole e nelle università e con la manifesta volontà di arrivare comunque ad una rottura dello Stato nazionale che, fra l’altro, con la nuova Costituzione offre ampie garanzie alle comunità regionali, fra le più “autonome” al mondo.
Dopo il referendum, dopo la dichiarazione-farsa di indipendenza, dopo la fuga di Puidgemont, dopo l’amministrazione controllata della Catalogna da parte del governo centrale, dopo nuove elezioni politiche che si sono svolte all’insegna della caccia ai catalani non-indipendentisti, dopo che il primo partito in Catalogna è Ciudadanos (di centrodestra e costituzionalista), gli indipendentisti che hanno una risicatissima maggioranza nei seggi della Generalitat hanno sfidato nuovamente Madrid cercando, senza riuscirci, di eleggere un nuovo presidente fra i politici indagati o in arresto, bloccando la vita della Catalogna che, ad oggi, ha perso un miliardo fra caduta del Pil, fuga dei turisti e delle imprese: un danno economico che non potrà che crescere dato che nel resto della Spagna (primo mercato della Catalogna) si parla ora di boicottare apertamente i prodotti catalani.
Ora, mettiamo questo scenario in Alto Adige (che contrariamente alla Catalogna era realtà separata dall’Italia sino al 1918 mentre la Catalogna è nel nucleo fondante della Spagna moderna dal 1400 in virtù dell’unione dei Regni di Castiglia e Aragona), oppure in Sardegna, oppure in Sicilia…siamo sicuri che Roma non si comporterebbe come Madrid? E qui viene il punto.
Possono gli attuali Stati nazionali così come li conosciamo reggere alla competizione/sfida delle amministrazioni regionali se queste riescono ad ottenere uno status che consenta loro di essere, o di apparire, più efficienti, vicine, utili alla gente comune? Può reggere il Belgio? Può reggere l’attuale assetto scozzese? Può reggere la nostra Repubblica unitaria, centralista e indebitata?
Basta la coperta degli accordi di Helsinki del 1975 (inviolabilità e integrità territoriale degli Stati) per fermare la spinta centrifuga?
Oppure non sarebbe più saggio pensare ad una soluzione diversa: un governo centrale europeo ed entità territoriali omogenee per storia, lingua, tradizione?
Vorrebbe dire il Triveneto che tratta con Bruxelles e non più con Roma, così come Bolzano che torna nel Tirolo austriaco, l’Istria che torna veneziana, le Fiandre che abbandonano la Vallonia e cercano la loro strada e così via…sarebbe una soluzione oppure riesploderebbero quelle tensioni che hanno fatto dell’Europa un teatro di guerra per 2mila anni? Una soluzione di questa natura sarebbe nella mission di un’Unione che è nata proprio come risposta ai nazionalismi del Novecento oppure sarebbe uno scatto in avanti verso un qualcosa di ancora più unito ed omogeneo?
Io una risposta non ce l’ho. Possiamo tifare per Puidgemont o per don Felipe VI°, ma non dobbiamo dimenticare che la sfida di Barcellona ci riguarda da vicino e ci chiede cosa vogliamo davvero per il nostro futuro. Volenti o nolenti, oggi siamo tutti Catalani.

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3 Comments

  1. Nazzareno Mollicone
    Nazzareno Mollicone Aprile 2, 2018

    In teoria questa ipotesi – della ricostruzione delle regioni storiche in modo autonomo per costruire un’Europa delle Regioni e non degli Stati – avrebbe un senso e una validità se il governo europeo fosse eletto dai popoli (e non autonominatosi o cooptatosi), avesse una sua visione geopolitica e culturale indipendente, si basasse su principi di sussidiarietà e non di dirigismo parasovietico (ricordo che la parola “soviet” significa “consiglio”…). Invece, stante l’attuale situazione, con un governo europeo dipendente dagli Usa (e, indirettamente, dalla Gran Bretagna. vedi il caso della guerra diplomatica contro la Russia) e basato su un’ideologia liberale in economia e sovversiva in campo morale (cosiddetti diritti civili, distruzione della famiglia, anticristianesimo, ecc,) , aperta all’immigrazione incontrollata) è meglio tenerci gli Stati Nazionali!

  2. Roberto Gallo
    Roberto Gallo Aprile 3, 2018

    La situazione catalana va giudicata “politicamente”nel senso che, se l’Europa così come oggi organizzata, rappresenta il modello di controllo delle Elites sui Popoli – il che mi sembra incontrovertibile- allora ogni azione centrifuga deve essere appoggiata e “esportata” ovunque sia possibile far riemergere sentimenti nazionalistici o localistici. Mi sembra impensabile raggiungere gli obbiettivi che la Destra persegue all’interno di un sistema politico ed amministrativo europeo costruito rigidamente per impedire ogni autonomia (tranne la dimensione dei piselli o la definizione di “pigiama” per motivi doganali).
    Il Consiglio Europeo, principale organo legislativo europeo, è composto dai rappresentanti degli Stati nominati da ciascun Governo e,quindi, non da
    rappresentanti eletti direttamente dagli elettori, proprio per evitare che “qualcuno” possa essere dissonante da quanto deciso in altra sede “atlantica”. Se qualcuno ritiene che l’ubriacone di Juncker sia organo super partes degli interessi di tutti i cittadini europei, allora vuol dire che non ha piena contezza dei meccanismi di controllo del sistema europeo sui singoli Stati; ragioni per cui l’unica possibilità per uno Stato di riprendersi la propria autonomia politica e finanziaria e’ di “uscire” dal sistema. La prova? La recente minaccia di Monti (e della sua cameriera in Bocconi, Fornero) ad una possibile diversa politica economica del nuovo Governo, qualunque esso sia: a Bruxelles non interessa quale, basta che ubbidisca.

  3. Gaetano Morgante
    Gaetano Morgante Aprile 4, 2018

    La ribellione di singoli Stati o anche, come nel caso catalano, di singole regioni, indica il livello di distruzione politica, culturale ed economica che ha prodotto finora l’Unione Europea al seguito dell’élite finanziaria mondiale. Quanto tempo resta ancora prima dell’implosione totale del sistema? Cosa nascerà successivamente? A dire il vero non servirebbe granché per riportare l’Unione Europea entro i suoi principi fondanti, ovvero la ricerca e il mantenimento del benessere economico degli Stati membri, sarebbe sufficiente tornare al 1998, ed inserire, conseguentemente all’ingresso dei Paesi asiatici nel WTO, adeguati dazi equalizzatori del costo della manodopera nonché abbandonare la moneta unica , assolutamente incompatibile con i diversi sistemi economici e finanziari dei vari stati membri. L’Unione Europea germanocentrica ormai è alla fine, ha prodotto più povertà della crisi del “29 e rischia di portare nuovamente l’Europa sull’orlo di una guerra non solo commerciale. I burattini proni ai voleri di Bruxelles messi sugli scranni dei governi dei Paesi europei da poteri sovranazionali ormai noti non hanno più seguito e vengono sempre più considerati dei “pretori” estranei alla comunità e ai suoi interessi. Quanto più verrà esacerbata la situazione attuale e tanto più sorgeranno richieste di indipendenza da parte di quelle comunità che non hanno più voce politica nella decisione del proprio destino. Adesso è la Catalogna, domani sarà il triveneto o le Fiandre, ma sicuramente altre ne verranno e alla fine arriverà il collasso, prima arriva e meglio sarà per tutti.

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