Press "Enter" to skip to content

Notizie da Trumplandia a cento giorni

Lettera Politica N. 678

Col grande polverone sollevato dall’elezione di Trump per l’uomo della strada era difficile capire qualcosa. Non è che adesso sia molto più facile, ma la polvere si è un po’ diradata e si comincia ad intravvedere qualche sagoma.

Par segnare i cento giorni, Trump ha emesso un gruppo di importantissimi provvedimenti: la riduzione dal 35% al 15% della tassa sulle imprese, il condono per le imprese americane che “ritornano” dall’estero, molti sgravi alle famiglie e ai singoli. Il tutto pagato con drastiche riduzioni a spese deliberate da Obama e ritenute superflue dal nuovo presidente.
E’ partito alla grande, sostenendo punto per punto quanto aveva promesso nel programma elettorale  a differenza della normalità degli altri eletti, anche di casa nostra, che una volta vinta l’elezione si dimenticano le promesse. Così, subito provvedimenti per “America first” con denunce di trattati internazionali, annunci di disimpegni da organismi di vario genere coccolati da Obama, cancellazione di provvedimenti presi da quest’ultimo. Naturalmente ha avuto subito nemici: tutti i democratici nominati dalla Clinton, da Obama e finanziati da Soros, con l’establishment obamiano che temeva di perdere i posti che il vecchio presidente gli aveva dato (come è puntualmente accaduto). Poi tutti i parlamentari democratici, già sicuri di avere un loro presidente che invece si trovavano ad avere sia il presidente che entrambe le camere del partito avverso. Una lotta senza esclusione di colpi, ma prevedibile.

Ma neanche nel campo del presidente sono rose e fiori. Qui occorre spiegare al cortese lettore alcune cose: Trump deve in buona parte la sua vittoria alle strategie del suo principale consigliere Stephen (Steve) K. Bannon. Costui è un colto ex ufficiale di marina, ex giornalista e fin quando entrò in politica direttore di una stazione televisiva; di destra conclamata, cattolico anche se poco osservante, tre matrimoni alle spalle, sostenitore di un nazionalismo economico, lettore di Julius Evola (quanti ce ne saranno in America?). È noto per aver sempre portato al successo le sue iniziative. È lui che ha sostenuto i primi provvedimenti del presidente. Trump lo aveva messo nel suo Consiglio per la sicurezza nazionale, ma ha dovuto parzialmente toglierlo per le opposizioni interne. Diciamo parzialmente perché può essere invitato a partecipare al Consiglio, cosa già successo.

Gli è opposta una fazione interna i cui capi sono la figlia di Trump, Ivanka, suo marito Jared Kushner e Gary D. Kohn, già banchiere della Goldman Sachs (già, sempre loro) e democratico di ferro messo da Trump a capo del National Economic Council. I tre nominati, che sono tutti ebrei ed è lecito pensare che portino le istanze della potente lobby ebraica americana, sostengono un atteggiamento più “internazionalista” del presidente. Ad esempio, circa il protocollo di Parigi sul clima, l’Hearthland Institute e Bannon vorrebbero che Trump mantenesse la promessa di far uscire gli USA dall’accordo per loro troppo oneroso in termini di denaro e di adempimenti: “Togliamoci dal protocollo sul clima di Parigi-lasciamo crescere l’America“. Kushner sostiene invece che sia opportuno restare nell’accordo, ma rinegoziarlo ed ottenere migliori condizioni. C’è stata una vittoria delle tendenze populistiche nel campo delle iniziative commerciali sostenute dai nazionalisti alla Bannon con lo slogan “Buy American, hire American” (compra americano, assumi americano). Di qui gli avvertimenti al Giappone e alla Corea del sud che gli accordi commerciali esistenti dovranno essere rivisti. “È maniacalmente fissato su questi aspetti commerciali” ha commentato Bannon.

 

Come si vede, grande attività e confusione. Sarà interessante seguire gli sviluppi.

Giorgio Maria Cambié

2885 visite totali 9 visite oggi

Like
Like Love AhAh Wow Sigh Grrr
2

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

[sg_popup id=3]