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Par condicio

Lettera Politica N. 555

La ricorrenza del 2 novembre pone ancora una volta un interrogativo: perché a distanza di settant’anni si continuano a discriminare i caduti della seconda guerra mondiale in base all’ideale per il quale hanno combattuto? Stupisce la faziosità. Ai morti della resistenza vengono tributati tutti gli onori, invece i giovani che militavano nella Repubblica Sociale Italiana sono rimasti nell’oblio sebbene, a differenza dei partigiani, indossassero un’uniforme e, coerenti con le loro idee, pur sapendo di morire dalla parte perdente, combatterono per l’onore in perfetta buona fede. Buona fede che va riconosciuta anche ai giovani che scelsero la resistenza, al cui interno si è ricomposta la frattura tra le due anime che nel 1945 portò allo sterminio di 19 partigiani dell’”Osoppo”, a Porzus, con le scuse ufficiali di chi commise l’eccidio.

E’ ora di abbandonare certi pregiudizi e lo sprezzante tentativo di spacciare per vera e intoccabile la storia scritta dai vincitori. Non si tratta di giudicare se era giusto quello che fecero coloro che si affrontarono in guerra, bensì affermare che ciò che li spronava era soprattutto l’amore per l’Italia.
Invece fin dall’immediato dopoguerra mostrare di amare la patria significava rischiare il dileggio.Perciò si è preferito parlare di paese, disconoscendo l’identità. Ciò è dipeso anzitutto dalla scuola, dalla famiglia, dall’allentamento dei costumi e dalla disinformazione che aveva instillato nei giovanil’idea che amare la patria fosse qualcosa di “fascista”. Risultato: odio di classe, ripudio dei valori spirituali e culto del denaro.
Con queste premesse non è stata possibile una pacifica convivenza nel rispetto reciproco. Cosa che ha minato nel profondo il senso di appartenenza nazionale. Responsabili l’egemonia culturale marxista e, peggio, quella catto-comunista, ostili a fare i conti con il passato e riconoscere gli errori. Il comunismo e i suoi eredi hanno fatto ben poco per accertare la verità sui crimini di quell’orrenda ideologia, mentre c’è un’ipermemoria ( in negativo) del fascismo.
Non si è voluto rivisitare la storia e permettere agli italiani di riconoscere gli anni del fascismo e i mesi della resistenza come parti importanti della loro storia. Nonostante ciò i giovani sanno che il valore non è l’antifascismo ma la democrazia, che però si sviluppa dove sono rispettate le idealità di tutti.
Bisogna sapere quanto costò alla gioventù di allora sangue, lacrime e sofferenza la decisione di restare fedeli ai propri ideali.
Non si tratta di azzerare la memoria né di cancellare la storia di ognuno, ma di superare l’odio e l’indifferenza che impedisce un atto di pietà.
Per i caduti ci vuole la “par condicio” che è una espressione latina del Diritto fallimentare che parla di “par condicio creditorum”. Si faccia oggi uno sforzo per una “par condicio mortuorum”, senza rancori.

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