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Regionali: analisi

Lettera Politica N. 589

Le regionali parlano chiaro. L’onda lunga di Renzi è finita. E prima del previsto. Ha perso le uniche due regioni del nord che votavano. E se in Veneto era scontato che la sinistra perdesse, dato che è la regione italiana più di destra, altrettanto non lo era in Liguria, tradizionalmente rossastra, dove hanno pesato i conflitti interni alla sinistra. Nelle altre regioni ha vinto i Pd, ma non bene come Renzi si aspettava. Il dato che emerge è che la sua parlantina non supportata da adeguati fatti sta stufando.

Ma quello da analizzare con più attenzione però è il dato veneto. Zaia ha ottenuto un successo superiore alle aspettative.  Ciò è da attribuire al fatto che lui, giacca-e-cravatta, ha declinato in versione moderata la linea politica del Salvini in felpa. Ma anche al fatto che il flop della Moretti è stato peggiore del previsto e che ha funzionato bene l’allarme anti-Tosi di montanelliana memoria “ votemo Zaia se no vinze i compagni! “

 

Tosi, appunto. Il fatto nuovo era lui. Avevano detto che si era candidato per far vincere la Moretti e che in cambio (sic!) gli avrebbero dato un ministero! Come se lui, che veniva accusato da Bossi di aver fatto entrare i fascisti nella Lega, fosse di punto in bianco diventato comunista o giù di lì. Tutte balle. Che però un peso lo hanno avuto, dissuadendo tanti elettori a dare fiducia al suo progetto di ricostruzione di un centro-destra nuovo.

Alla fine Tosi, con le sue civiche messe in piedi in un mese e senza un partito alle spalle, porta a casa il 12% e 5 consiglieri regionali, il doppio di Forza Italia, sei volte FdI, 5 punti in meno della Lega. Una base niente male per iniziare quel processo di ricostruzione del centro-destra per cui è sceso in campo e che è il suo obiettivo principale da due anni.

Adesso che la bagarre elettorale è finita e che i risultati indicano che unito il centro-destra ce la può fare è necessario che tutti i soggetti politici di quest’area entrino nell’ordine d’idee di ricomporre quello che per diversi motivi si è sgretolato. Salvini, forte degli ultimi successi, vuole che sia la Lega il partito guida. Ma ciò non può essere perché l’Italia continua anche sotto il Po. Berlusconi, rassegnato, a parole, a fare un passo indietro, vuole essere lui a incoronare il successore. E anche questo non può essere perché nel suo pollaio nessuno ha covato l’uovo da cui è uscito il nuovo leader. La strada allora non può che essere quella di una squadra che scelga al proprio interno un primus inter pares. Le primarie sembrano il metodo più semplice. Ma in fretta. Il 2018 è domani.

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