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Dopo cent’anni certe domande facciamocele!

Lettera Politica N. 556

A cent’anni dallo scoppio della prima guerra mondiale ci si può permettere di ricordarla senza retorica, cercando di trarre elementi utili a capire l’oggi, se è vero che la storia è maestra di vita.
Limitarsi a celebrare, cercando di recuperare un’autostima messa a dura prova dalle decadenza del paese, non serve a niente. Rifugiarsi nella memoria di una vittoria che ha compiuto il processo di unificazione nazionale, se poi oggi vediamo i sacri confini invasi da masse crescenti di stranieri, tocchiamo con mano la perdita della sovranità e assistiamo alla fuga all’estero di migliaia di giovani intelligenze ed energie che in Italia non vedono futuro, è inutile.
E allora certe domande facciamocele.

Ma l’Italia, fino a pochi mesi dall’entrata in guerra, nel 1915, con un anno di ritardo, non era alleata dell’impero austroungarico e della Germania?
Perché si è schierata dalla parte opposta?
Per liberare Trento e Trieste che erano sotto l’Austria?
Ma questo non lo sapeva quando sottoscrisse la Triplice Alleanza ?
Quella giravolta, pur fatta per nobili ragioni, ricorda quella del 1943, quando l’Italia, alleata della Germania e del Giappone, passò dall’altra parte nel volgere di qualche settimana. L’Italia avrà anche guadagnato Trento e Trieste, ma la faccia dove la mettiamo?
Non è forse anche a questi disinvolti cambi di campo che ci siamo fatti nel mondo la fama di persone poco affidabili?
La “grande guerra” fu grande?
Sicuramente per il numero di morti, 600 mila. E per quello dei disertori. Su 5.200.000 arruolati vi furono 870.000 denunce, di cui 470.000 per renitenza alla leva e 189.425 per diserzione. Non bisogna dimenticare le 4066 condanne a morte per diserzione, di cui 3 mila in contumacia e 750 eseguite. Cui bisogna aggiungere i soldati ammazzati dagli ufficiali e dai carabinieri schierati alle spalle delle trincee, di cui non si sono mai potuti conoscere i numeri.
Con queste cifre si può affermare che sia stata una guerra voluta, sentita e partecipata dal popolo, come la retorica patriottarda vorrebbe far passare?
Che cosa vuoi che ne sapessero i giovani contadini, per lo più analfabeti, mandati a morire al fronte?
A confronto la consapevolezza dei soldati che combatterono nella seconda guerra mondiale fu enormemente più alta. Certo anche nella prima vi fu un élite di combattenti motivata che si coprì d’onore: i volontari, gli arditi, i giovani ufficiali, i figli della borghesia che partirono entusiasti per liberare le terre irredente. Ma erano una minoranza.
I seicentomila morti furono davvero degli eroi che s’immolarono per l’Italia?
O non furono piuttosto le vittime della monarchia e delle gerarchie militari e politiche che consideravano i soldati carne da macello?
Ci sono stati, è vero, come sempre accade presso tutti i popoli, episodi eroici degni di essere portati all’esempio dei posteri, ma lo vogliamo dire che il meccanismo che faceva saltar fuori dalle trincee i soldati per andare all’assalto era il deterrente dei carabinieri che sparavano a chi tornava indietro?

Mi rendo conto che è più semplice e gradevole lasciarsi cullare dalla retorica. Ma dopo cent’anni è giusto che prevalga la verità.

 

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